E Chandra L. Candiani, poetessa: “In generale vedo il tentativo di ripetere quello che c’era prima, di fare ritorno alla cosiddetta normalità e di fingere che sia finito tutto”.
A riflessioni interessanti ha portato anche la domanda se questo tempo inaspettato abbia comportato sorprese:
..”La velocità con cui i popoli interi hanno modificato da un giorno all’altro le proprie abitudini più profonde corporee e mentali – commenta Emanuele Coccia, docente universitario – “E’ stata una dimostrazione del fatto che la nostra vita (indifferentemente dalla sua identità culturale) ha una plasticità che continuiamo a sottovalutare”..
“..Quello che in fondo mi ha sorpreso – afferma invece Eugenio Brogna, psichiatra - è stata la rassegnazione con la quale è stato, più o meno consapevolmente, accolto l’obbligo della solitudine con un cambiamento radicale e anzi rivoluzionario di comportamenti…”
Sull’onda di questo periodo di riflessione, di questioni di responsabilità individuale e di nuovi ruoli lavorativi, ho chiesto ad alcuni Manager di Azienda, Direttori Risorse Umane, Direttori Generali, Amministratori Delegati, Liberi professionisti, di raccontare che cosa è stato per loro e per i gruppi di lavoro questo periodo di lockdown, come hanno condotto le riunioni e con quali attenzioni alla comunicazione, che cosa sarà di un prossimo futuro lavorativo, come hanno coniugato vita pubblica e privata, come – in generale – si sono sentiti.
E’ stato interessante ascoltare tutti e cogliere nelle loro parole la volontà di mettere in gioco creatività e risorse nuove per se stessi e per i loro gruppi di lavoro. Ognuno ha colto sfumature diverse, determinate dal loro impiego in una multinazionale, in realtà padronali o Studi professionali.
Alla mia domanda: “Come riprenderà il lavoro in Azienda? E in quale modalità?”, le risposte sono state, in linea di principio, corali, univoche: va salvaguardato innanzitutto il benessere individuale e quello del gruppo; per tutti, dopo la pausa estiva, va colta l’opportunità di rientrare al lavoro con un “sistema misto”, in remoto e in presenza, con tutte le accortezze del caso. Qualche voce fuori dal coro, ma sempre nel rispetto dell’altro.
Alcune Aziende ricorrevano già prima dell’emergenza Covid a forme di smartworking o homeworking ante litteram: il così detto telelavoro. Oggi queste Aziende continuano a lavorare in remoto, hanno sistemi per farlo e si sono organizzate ancora meglio con sistemi innovativi da casa.
Le Aziende che non praticavano lo smartworking hanno fatto in modo che tutti potessero lavorare in modo efficace.
A questo proposito un Manager intervistato ha raccontato di come un collaboratore, tra i più ostili allo smartworking, abbia ammesso di non poterne più fare a meno, dopo averlo sperimentato, e ha dunque chiesto di svolgere più giornate in remoto che in presenza.
Interessanti alcuni spunti nei racconti ascoltati: molto sentita l’esigenza di porre confini tra la dimensione privata e quella pubblica, come quella di dare un senso alla dimensione del tempo (“se sono a casa devo fare le mie pause, staccare, non rimanere connesso senza limiti”). Uno degli intervistati ha detto: ”Esattamente come il lavoro in presenza era scandito da una fine e un inizio lavoro, cosi io mi do dei tempi, degli orari nel lavoro da casa; il weekend è sacro, non mi connetto mai anche se sono in remoto”.
E’ necessario quindi mettere regole, organizzarsi, darsi obiettivi. Come ha detto una Manager intervistata: “Bisogna guardarsi dai comportamenti meno virtuosi; è necessario, soprattutto per noi donne, attuare una buona pianificazione, trasformare il lavoro da remoto in un’organizzazione della propria vita familiare nel rispetto della vita personale”.
